Qualcuno ha pensato che a scuola rientreranno anche gli alunni con disabilità?

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La scuola italiana sta vivendo un periodo di confusione come mai in passato. Colpa del COVID-19, ma anche dell’inefficienza che da sempre contraddistingue il settore scolastico nostrano.

Parlare di distanze per contenere i contagi è una pretesa logica e dettata dalla situazione di emergenza sanitaria, ma dei banchi con ruote su cui devono sedere gli studenti cosa bisognerebbe dire? Certamente non basterebbero poche parole per dare un quadro esaustivo del loro perché. In realtà, basterebbe un solo appunto per far crollare tutto il castello di sabbia che è stato costruito intorno a questo spinoso argomento: gli allievi con disabilità che frequentano le scuole italiane oppure studenti che necessitano di particolari bisogni educativi.

Insomma, l’inclusione viene nuovamente messa in un angolo e bistrattata. Al suo posto, l’esclusione di alcuni membri attivi della nostra società, appartenenti a nuclei familiari che pagano le tasse e che hanno il sacrosanto diritto di pretendere che ai propri figli con disabilità venga garantita costituzionalmente la giusta istruzione. Se questo concetto continua ad essere schivato dal ministro dell’Istruzione e da una parte di governo, il totale abbandono diventa più di una probabilità remota.

Didattica inclusiva e scuola accessibile sono due concetti che si valorizzano reciprocamente. Una scuola accessibile si trasforma in spazi flessibili, conoscenze e relazioni, i quali danno il là all’utilizzo di tutte le strutture atte a garantire usabilità e fruibilità. La didattica inclusiva nasce per dare sostegno all’educazione ed eliminare le disuguaglianze e l’ignoranza scolastica. All’interno delle aule da cui parte nasce l’educazione, non intesa soltanto come mero concetto scolastico, ma che insegna agli alunni che la diversità è un valore per tutti.

Di conseguenza, l’inclusione vive in un ambiente sano e privo di pregiudizi, che può vedere la luce soltanto quando viene sostenuto il valore delle differenze. Al contrario, l’inclusione si trasforma inevitabilmente in esclusione.

Durante il lock down, gli alunni sono stati chiamati a sostenere la didattica a distanza. Se ciò, nella maggior parti dei casi, si è rivelato un problema molto marginale, non è stato così per tutti. L’azione didattica inclusiva non si riduce all’insegnamento aperto a tutti, ma ha all’interno delle sfaccettature non di poco conto. Negli alunni con disabilità è molto forte la necessità di stare vicini agli altri, ai compagni, alle compagne e ai docenti. Ecco perché la didattica a distanza non è un’opportunità ma un limite “emotivo”.

Sentire la presenza intorno degli altri compagni di scuola per un alunno con disabilità significa condividere l’esperienza di apprendimento e la partecipazione corale allo stesso. Da questa esperienza la socializzazione esce rafforzata, così come la consapevolezza in sé stessi e delle possibilità che una società inclusiva può offrire. Ma se la scuola dimentica l’inclusione, come probabilmente accadrà, quale sorte riserverà il futuro agli attuali alunni con disabilità?

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