PADOVA – «Ho voluto fare una dichiarazione forte per scuotere il governo, l’opinione pubblica e la classe medica: l’autismo è un handicap e va affrontato come tale». Sandrine Bonnaire pronuncia queste parole unendo delicatezza e determinazione e parla da testimone colpita negli affetti. «Elle s’appelle Sabine», la sua prima opera da regista, proiettata allo Sheraton al primo meeting internazionale su autismo, epilessia e iperattività, al quale ha partecipato come madrina, è un atto di testimonianza civile e denuncia personale.
Racconta di sua sorella Sabine e di come le terapie mediche basate sulla concezione dell’autismo come disturbo mentale le abbiano rovinato l’esistenza. Un documentario per cui la Bonnaire ha utilizzato riprese effettuate nell’arco di 25 anni, molte delle quali memorie familiari.
«Mia sorella Sabine aveva tante qualità, era sveglia e intelligente, sapeva suonare il pianoforte, componeva musica e le vecchie riprese casalinghe la mostrano sorridente e attiva – racconta Sandrine – Dopo la scomparsa di nostro fratello è andata in depressione e ha cominciato ad avere crisi violente che ci hanno convinto a farla ricoverare in ospedale. Rinchiusa lì dentro per cinque anni e curata con pesanti dosi di psicofarmaci è rapidamente regredita perdendo le sue capacità. Le cure psichiatriche si sono rivelate inutili e dannose, trasformandola in un’altra persona».
Quando ha deciso di realizzare un film su di lei?
«Quando è uscita dall’ospedale e l’abbiamo portata nel piccolo centro terapeutico dove vive adesso, un posto in cui non si sente in prigione. Ho voluto mostrare, senza filtri, senza spiegazioni, senza nemmeno nominare l’autismo, com’era prima e dopo queste cure».
Cinema e televisione possono smuovere la realtà?
«Il cinema e la tv sono mezzi potenti per diffondere messaggi, soprattutto per far superare pregiudizi e paure che creano emarginazione, primo problema per chi soffre di autismo. Il film è stato diffuso e apprezzato in tanti Paesi, sensibilizzando l’opinione pubblica. Ma per cambiare questa situazione vanno affrontate prima le contraddizioni del sistema medico, farmaceutico ed economico».
Cioè?
«L’autismo è considerato e curato come un disturbo mentale. Mentre un numero crescente di ricerche scientifiche dimostrano che si tratta di un handicap. La frequenza di certe patologie diffuse tra i bambini autistici, legate all’alimentazione, fa parlare di malattia di tipo genetico e non psichiatrico».
C’è ancora spazio per opere di denuncia civile?
«Anche se il livello dei programmi tv è scaduto, in Francia vengono trasmessi molti documentari di qualità. Girarli dà una doppia responsabilità: nei confronti del soggetto che si filma e del pubblico che viene posto di fronte a storie reali, che va emozionato ma anche informato con sincerità».
Oltre che a recitare continuerà a dirigere film?
«Sì, sogno di continuare entrambe le carriere. Come regista comincerò con una fiction di cui sto scrivendo la sceneggiatura».
Lavorerà ancora su tematiche sociali?
«Vorrei sviluppare più che altro il tema dell’amore».
Simone Varroto
il mattino di Padova — 30 marzo 2009
