MILANO – David Anzalone è un comico disabile che sa, tramite la sua comicità graffiante e sarcastica, distruggere e ricostruire una nuova immagine del diverso, come nel caso di “Targato H”. Probabilmente non lo vedremo a presentare al tg, ma David è sempre più protagonista della parola, come dimostrano le sue apparizioni in teatro, in tv, fino a giungere alla scrittura.
La sua comicità scardina i luoghi comuni. In che cosa è cambiata da quando ha iniziato?
«Scardinare è una parola grossa. Ci provo! Sicuramente, è cambiata tanto: all’inizio, ero un punk… Adesso, grazie al lavoro con il regista e mio co-autore suono musica classica. Nella pratica? Ora cucco di più!»
Qual è il pregiudizio legato alla disabilità che le da più fastidio? Quale barriera culturale vorrebbe eliminare per prima?
«Le due domande hanno stessa risposta: la paura. Sia nel libro che nello spettacolo teatrale “Targato H”, uno dei nodi è proprio la paura del diverso. Se si vuole modificare quella mentalità, bisogna modificare il linguaggio. Nel nostro spettacolo cerchiamo di smascherare le ipocrisie che, dettate dalla paura e dal pregiudizio, si barricano dietro un linguaggio ipocrita nei confronti degli handicappati. Ci siamo accorti, poi, che l’handicap era diventato solo un pretesto, per parlare a tutto tondo della paura dei “diversi”. Partendo dal tentativo di distruggere il tabù che “l’handicap è una tragedia sulla quale non si può ridere ma si deve averne pietà”, cerchiamo di ridicolizzarne il linguaggio allo scopo di fare incontrare le umanità».
Come mai lei partecipa poco alle trasmissioni televisive? E una questione di preferire altri luoghi o non viene ancora adesso considerato un comico?
«Diciamo che ogni volta che mi contattano, io mi propongo come conduttore del Tg1 e loro mi rispondono che, lì, gli handicappati non servono! Ma poi, dai, volete mettere la velocità della tv con la comodità e i tempi rilassanti del teatro?».
In che cosa l’ha aiutata la comicità?
«L’ironia è stata la via con la quale sono riuscito a canalizzare tutta la rabbia che mi portavo dentro. Potevo diventare un teppista… Meglio comico, no? Ma non può esistere ironia senza autoironia: come si fa a prendere per il culo gli altri senza prima averlo fatto con se stessi?».
La disabilità nel resto d’Europa è considerata normale. Come mai non avviene la stessa cosa in Italia?
«Ma perché in Italia niente è normale! Ed io, da buon italiano, di essere normale, non ci tengo affatto! Perché? Per il fatto che i cosiddetti normali sono quelli che leggiamo nei quotidiani: il politico che fa i festini hard, il calciatore cocainomane ect., io non tengo neanche ad esserlo!».
Lei ha scritto un libro “Handicappato e carogna” contro i luoghi comuni sull’handicap. Pensa di farne un seguito?
«Odio i sequel e lavorare… E poi, sarebbe difficile trovargli un titolo. Il Signore delle Carrozzelle? Handy Potter? No, sarebbe proprio una cosa da spastici!».
La versione integrale di questo articolo è disponibile all’indirizzo: www.ilvostro.it
