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notizie> 28 maggio 2012

Napoli, Paralizzata e cieca: negata la pensione

NAPOLI – Gli errori del bisturi e gli orrori della burocrazia. Uscita dalla sala operatoria, con un devastante ictus che l’ha resa cieca e paralitica, è finita in un beffardo ingranaggio della burocrazia. E da cinque anni, tra aule di tribunali, perizie mediche e una sorta di inammissibile palleggio tra gli uffici della stessa Asl, Maria Rosaria Maese, 41 anni, casalinga di Grumo Nevano, oltre al devastante trauma di un futuro senza luce, inchiodata per sempre su una sedia a rotelle, aspetta la pensione di invalidità e l’assegno di accompagnamento.

Le sue condizioni fisiche, il fatto di non avere figli e parenti vicini, hanno costretto il marito Salvatore Chiatto, 47 anni, imbianchino, a mollare per forza il lavoro, e a dedicarsi giorno e notte all’assistenza e alle esigenze minime quotidiane della moglie. «Viviamo, di fa per dire, con appena duecento sessanta euro al mese» dice Maria Rosaria Maese, che ci ha accolto con un sorriso che non ti aspetti, nella sua abitazione di via Maiello a Grumo Nevano. «Che vanno via con il fitto. Per il resto, viviamo di elemosina.

Quella che ci fanno le suore della parrocchia della Madonna del Buon Consiglio». Non c’è astio. Non avverti nemmeno una punta di rancore, ne per il suo sciagurato destino, («Così ha voluto Nostro Signore») e nemmeno verso chi dovrebbe accertare questi gravissimi stati di disabilità. Il racconto di Maria Rosaria Maese, è da brividi. «Sono entrata in ala operatoria il 19 ottobre del 2007. Mi dovevano asportare una cisti ossea alla spalla. Qualcosa è andata storto. Qualche medico non è stato attento e venti giorni dopo, dopo un altro ricovero in rianimazione, ho perso la vista, l’uso del braccio destro e quelle delle gambe».

Il calvario di questa donna è nel racconto del marito: «Abbiamo presentato la domanda per l’invalidità e per quella della cecità alla fine del 2007. E otto mesi dopo, ci hanno convocato nella sede Asl di Sant’Antimo. Abbiamo portato tutta la documentazione attestante la irreversibilità della paralisi e della perdita della vista».

Qui, accade una cosa incredibile. Inaccettabile. La commissione, valuta solo la veridicità della paralisi agli arti. E non solo non concede l’assegno dell’accompagnamento, ma si rifiuta di valutare la cecità, perché per questa disabilità bisogna rivolgersi al distretto di Frattamaggiore. E dopo due anni è mezzo di attesa, dall’Inps arriva una pensione di 240 euro per l’invalidità, ma nemmeno un centesimo per l’accompagnamento. Una miseria.

Qualcuno consiglia a Maria Rosaria Maese, di rivolgersi ad un avvocato, per presentare ricorso, e una nuova domanda per l’accertamento per la cecità. E siamo al 24 aprile del 2010, e la burocrazia impazza alla grande. Un anno dopo, esattamente nel maggio del 2011, quando un perito nominato dal tribunale, convoca Maria Rosaria Maese per una visita. «Immaginate già le difficoltà che ho, anche per uno spostamento di poco conto» continua questa vittima della burocrazia, che aggiunge: «Lo studio del perito era al terzo piano, e per prendere l’ascensore, bisognava salire una decina di scalini. Una cosa impossibile per una carrozzina. Il medico è sceso nell’androne, mi ha dato un’occhiata, poi ha esclamato: «Relazionerò al presidente del Tribunale, l’impossibilità ad effettuare la visita, che faremo a casa vostra».

È trascorso un anno. La perizia domiciliare non è stata ancora effettuata. La commissione dell’Asl di Frattamaggiore, quella per la cecità, non l’ha ancora convocata, e quei 240 euro di reddito sicuro, valgono ancora meno. Roba da Procura della Repubblica, magari lo stesso magistrato che ha scovato centinaia di disabili che tali non erano.

Marco Di Caterino
La versione integrale di questo articolo è disponibile all’indirizzo: www.ilmattino.it

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