ROMA – Il fenomeno dei falsi invalidi è probabilmente meno esteso di quanto comunemente si creda e le varie campagne che nel corso degli anni sono state attuate per la loro scoperta si traducono il più delle volte nella sospensione cautelativa di appena qualche centinaio di prestazioni: quando poi il tema arriva sulle pagine dei giornali è forte il rischio che si rafforzino alcuni luoghi comuni sulle persone disabili. Così Andrea Pancaldi, giornalista, operatore nel campo della disabilità da oltre trent’anni, esperto di documentazione sociale e responsabile del Centro Risorse Handicap di Bologna commenta la grande evidenza che due giorni fa il quotidiano “Il Giornale” ha dato al nuovo piano elaborato dall’Inps per individuare i “falsi invalidi”.
“Questa – afferma Pancaldi in una lettera indirizzata proprio al direttore responsabile del quotidiano milanese – è l’ottava o nona campagna contro i falsi invalidi che mi capita di osservare essere annunciata sulle pagine dei giornali, segno che il più delle volte il fenomeno non è mai così esteso come viene invece reclamizzato e per lo più il tutto finisce con la rappresentazione mediatica del caso eclatante (tipo il cieco che guida l’auto) e con la sospensione in via cautelativa di qualche centinaio di prestazioni”. Con esplicito riferimento all’articolo pubblicato in grande evidenza sul quotidiano diretto da Mario Giordano e firmato da Gian Maria De Francesco, Pancaldi nota in almeno tre punti delle inesattezze che contribuiscono al mantenersi di alcuni dannosi luoghi comuni sulle persone disabili e sulla disabilità.
Nello specifico, per Pancaldi è anzitutto sbagliato pensare che vi sia una opposizione fra l’essere totalmente inabile e allo stesso tempo esercitare un’attività lavorativa, come se lo svolgere un lavoro fosse di per se stesso un indizio dell’esistenza di una falsa invalidilità. “Non esiste alcuna diposizione legislativa – spiega il responsabile del Centro Risorse Handicap bolognese – che impedisce ad una persona riconosciuta “totalmente inabile” secondo quelli che sono i parametri delle commissioni mediche della Ausl di svolgere una attività lavorativa”. Una persona – esemplifica Pancaldi – può essere completamente paralizzata e avere quindi necessità di essere assistita in maniera continuativa per le azioni legate alla vita quotidiana (mangiare, lavarsi, spostarsi, andare in bagno….) ma allo stesso tempo, grazie ad un computer adattato e comandato soffiando dentro ad una cannula, può lavorare al computer, ad esempio in una attività di data entry. Per il giornalista “è giusto che tale persona possa ricevere una pensione/indennità legata all’invalidità civile” per far fronte alle esigenze di carattere assistenziale e sanitario, ma “non possiamo che rallegrarci se per sua fortuna riesce anche a lavorare e a produrre, molto o poco”, avendone un ritorno positivo sia “in termini di reddito che di stima per sé”. Insomma, “il concetto di invalido, che è una categoria giuridica, non può essere interpretato come condizione che esclude o preclude dallo svolgere un lavoro, indipendentemente dalla percentuale di invalidità riconosciuta”.
Allo stesso modo, Pancaldi contesta la visione – presentata nell’articolo de “Il Giornale” – secondo cui è facile che ci si trovi di fronte a falsi invalidi se sono essi stessi a ritirare la pensione di persona allo sportello, senza farsela accreditare sul conto corrente o senza delegare un parente o amico allo scopo. “Il riconoscimento di invalidità – ricorda Pancaldi – parte dalla percentuale minima del 33%, quindi anche con disabilità di tipo lieve/medio che sono totalmente compatibili con una attività lavorativa” e con il ritiro personale della pensione: “E’ del tutto plausibile che ad esempio, molte persone anziane vadano a ritirare l’assegno/pensione di invalidità direttamente, magari nei piccoli paesi dove l’Ufficio postale è a pochi metri da casa”. Per Pancaldi si tratta di “una questione generazionale, di abitudini, di eventuali difficoltà a capire e attuare procedure, come l’accredito bancario, che magari per l’età e per la condizione di disabiltà, possono apparire complesse”. E in ogni caso per il giornalista è comunque da criticare l’idea che l’azione del camminare sia vista con sospetto e possa far pensare ad un falso invalido: “I ciechi camminano, i sordomuti camminano, i cardiopatici camminano, le persone con disabilità intellettiva per lo più camminano, tanti disabili fisici camminano…”. Infine, Pancaldi fa notare il “grosso errore” che si commette quando, come accaduto ai colleghi de “Il Giornale” si confondono il totale delle persone disabili in Italia (2,6 milioni) con il totale delle prestazioni per invalidità civile, che non superano il milione (secondo dati Istat del 2006 sono 966.225). (ska)
L’articolo originale è consultabile all’indirizzo www.superabile.it
